Coltivare in Sicilia

a cura di Piero Consentino

CONTESTO

Sono un giovane agricoltore del centro Sicilia. Da quattro anni ho deciso di occuparmi dell’azienda di famiglia a monte della diga Nicoletti in territorio di Enna.

La vocazione agricola storica di questa parte di Sicilia è la ceralicoltura, cui si aggiungono pastorizia e alcune colture frutticole specializzate nelle poche aree con disponibilità d’acqua irrigua.

I terreni di tutta area hanno in genere una consistente componente argillosa, che si suppone possa essere stata favorita da disboscamenti avvenuti in epoca romana e all’attività agricola conseguente. La componente argillosa dei suoli in virtù della sua capacità di ritenzione idrica risulta essere particolarmente adatta a tutti i tipi di aridocoltura, in particolare per colture estensive non irrigue come nel caso dei cereali o alcune specie di leguminose da foraggio e da granella che se ne avvantaggiano soprattutto nella fase finale di sviluppo in primavera.

LA MIA ESPERIENZA

In questi primi quattro anni di produzione ho avuto modo di osservare alcuni fenomeni e di ipotizzare possibili scenari riguardanti la crisi climatica e l’impatto sulle colture, facendo affidamento anche sui racconti delle persone vicine che rappresentano la mia personale memoria storica sulla ceralicoltura e sul clima.

Per quanto riguarda le piogge, che risultano essenziali in aridocoltura, in questi anni ci siamo confrontati con autunni piovosi – il che ha reso non sempre semplice la fase di semina – seguiti da inverni freddi e secchi. 

Ho da subito scelto un approccio rigenerativo per il suolo e sostenibile dal punto di vista ambientale e alimentare. Posso certamente dire che la scelta varietale e lavorazioni minime o poco profonde del terreno, sono strumenti utili per rispondere in maniera resiliente ai mutamenti climatici che stiamo vivendo. Ecotipi locali (i cosiddetti grani antichi) risultano in generale capaci di sopportare condizioni di scarse piogge e costanti nelle rese, sebbene più sensibili a malattie crittogamiche. Su quest’ultimo aspetto è però possibile intervenire.

Anche la ricerca per il miglioramento genetico da parte delle ditte sementiere va nella direzione di una risposta ai nuovi scenari. Come dire, che il fenomeno per quanto taciuto non è certamente ignorato. In ceralicoltura, ad esempio, vengono molto pubblicizzate le varietà “stay green” – ossia piante capaci di rispondere a stress idrico e alte temperature primaverili. Sulla base della mia esperienza, direi però che per lo più sono varietà strettamente studiate per essere associate all’utilizzo di concimi di sintesi e quindi poco adatte ad un’idea di agricoltura rigenerativa.

In generale, l’agricoltura, così come l’allevamento, è a mio parere parte del problema ma poco ruolo gioca nella soluzione. In termini macroscopici si interviene per tutelare e garantire l’interesse produttivo senza voler effettivamente esercitare un’azione di inversione del processo. Le politiche contributive europee, seppur a volte contraddittorie, timidamente vanno in questa direzione; manca però un’educazione profonda a modelli agricoli altri – portatori di una concezione culturalmente diversa del suolo e della Terra – e la diffusione a livello capillare di esempi di buone pratiche che possano ispirare un agire diverso da parte dei produttori.

Questo documento è stato prodotto con il contributo finanziario dell’Unione Europea. I contenuti di questo documento sono sotto la responsabilità dei soli beneficiari e non possono essere considerati, in nessuna circostanza, riflettere la posizione dell’Unione Europea

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