Non credo nei complotti ma…

Le neuroscienze delle teorie cospirazioniste e perché è più facile crederci in tempo di Coronavirus

Virus da laboratorio, vitamina C, Greta Thunberg, il 5G. In queste settimane le teorie cospirazioniste su cause, prevenzioni e cure del Covid-19 inondano social e non solo.

La diffusione di informazioni false è stata tale da spingere anche Facebook a segnalare possibili fake news e invitare gli utenti a consultare fonti ufficiali. Dopo l’iniziale stupore davanti alla diffusione rapidissima di complotti e bufale viene da chiedersi: perché c’è chi crede a queste teorie?

Come è possibile che su alcuni di noi (e non sono pochi) le teorie del complotto esercitino questo fascino? Nonostante le molte ironie sulla mancanza di educazione dei cosiddetti complottisti, ci sono molti altri meccanismi neuropsicologici che spiegano perché tutti potremmo cascarci. Per capire e capirci meglio vale quindi la pena esplorarli.

Foto di cottonbro

Tutto nasce dalla nostra capacità di vedere collegamenti e connessioni tra eventi. Ogni essere umano, quando viene esposto a informazioni tende a categorizzare e connettere ciò che vede. Questo è un meccanismo fondamentale per la nostra sopravvivenza perché permette di semplificare la realtà, capirla e ricordarla meglio.

Di costante connessione di informazioni si occupa la corteccia prefrontale, un’area che si trova così estesa solo negli umani e che occupa tutta la porzione anteriore del nostro cervello.

La nostra tendenza a connettere le informazioni si può osservare sin dai livelli più fondamentali: se per esempio guardiamo la figura qui sotto, quello che molti di noi vedono sono un triangolo e un quadrato. In realtà le forme geometriche non sono rappresentate è il nostro cervello a ‘unire i puntini’ per semplificare la percezione.

La percezione di contorni illusori potrebbe far percepire due figure geometriche che non sono però realmente disegnate.

Percepire queste ‘connessioni illusorie’ è ciò che ci permette di comprendere la realtà, e nel caso delle teorie del complotto accade che si uniscano puntini che non andrebbero in realtà collegati. Peggio ancora vengono collegati puntini che rappresentano informazioni false, contribuendo così a disegnare uno schema che non ha alcune aderenza con la realtà.

Vedere connessioni e causalità dove non esistono è un tratto che predispone a credere nei complotti. Nel 2018 una ricerca ha osservato come gli individui più inclini a sostenere l’esistenza di fenomeni soprannaturali o cospirazioni tendano a interpretare persino il risultato del lancio di una monetina come guidato da qualche schema intenzionale.

A livello biologico un responsabile di questa tendenza a ‘iperconnettere’ potrebbe essere individuato nella dopamina.

La dopamina è un neurotrasmettitore (una delle molecole che si occupano di far comunicare i nostri neuroni) che è largamente diffusa nel cervello. Si occupa di sostenere il nostro livello di attenzione e di scegliere quali informazioni rendere rilevanti aiutandoci nelle decisioni.

La dopamina viene considerata responsabile di quello che viene definito overinclusive thinking, la tendenza cioè a incorporare un eccesso di informazioni nei propri ragionamenti. In linea con questa teoria, un fattore protettivo rispetto al cospirazionismo sembra essere il pensiero analitico, quello che al contrario si occupa di analizzare le singole informazioni, ignorando le connessioni globali tra loro.

Una volta trovata una teoria in cui credere entra poi in campo il fenomeno del bias di conferma’. Questo fenomeno consiste nel notare e memorizzare maggiormente le informazioni in linea con le idee e le opinioni già formate, mentre tutto ciò che non è in linea con esse viene ignorato. Questo bias è il motivo per cui due persone con opinioni divergenti riguardo a un determinato politico descrivendo lo stesso intervento riportano ricordi differenti dell’accaduto e menzionano particolari spesso diversissimi nonostante l’evento in discussione sia lo stesso.

Nel caso dei cospirazionisti questo si traduce nell’ignorare molte delle informazioni proposte dagli esperti: non importa quante evidenze scientifiche possano essere presentate, se si crede che questa pandemia sia colpa degli scienziati o del 5G o di Greta Thunberg, tutto ciò che non è coerente con la cospirazione sarà ignorato dal cervello e non scalfirà il sistema di credenze formato.

Venendo alla situazione attuale, alcuni fattori rendono più facile la diffusione delle teorie del complotto e delle fake news. Primo fra tutti il tempo a disposizione che abbiamo durante il lock down e il facile accesso alle informazioni dato dai social.

La quarantena è un periodo di maggiore esposizione ai social e ai media in generale e pare che il 68% del nostro tempo su internet sia dedicato alla ricerca di contenuti sul Covid-19. Questo dato risulta abbastanza preoccupante considerando che sappiamo come, considerando solamente la piattaforma Facebook, ci sono stati quasi 2 milioni di interazioni con post contenenti fake news.

Inoltre, studi dimostrano come la sola esposizione a queste informazioni renda inclini a credere meno alle spiegazioni ufficiali e scientifiche dei fenomeni. In uno studio il quale ha coinvolto più di 300 persone è stato osservato come l’esposizione di due soli minuti a un video ritraente il cambiamento climatico come una bufala bastassero per influenzare le opinioni dei partecipanti riguardo al tema.

Anche ‘I Simpson’ sono stati utilizzati per supportare alcune teorie cospirazioniste, l’immagine diventata virale ha però subito una modifica e non riportava la scritta ‘Coronavirus’ nella scena originale.

Un altro fattore rilevante che può renderci più vulnerabili in tempi di pandemia è il prolungato stato di stress e ansia. Si è osservato infatti come il cospirazionismo aumenti all’aumentare di stress.

Uno studio ha riportato come studenti in sessione di esame tendessero ad appoggiare teorie del complotto riguardanti la comunità ebraica molto più di quanto accada in periodi senza stress. Se questo è l’effetto di qualche settimana sotto esami sulla nostra permeabilità ai complotti, possiamo solo immaginare l’impatto prodotto da settimane di quarantena e dalla generale incertezza per il futuro.

A livello neuroscientifico l’effetto dello stress e dell’ansia possono essere spiegati riferendoci a una delle strutture più antiche del nostro cervello: l’amigdala. Quest’ultima è una struttura situata nella parte centrale del cervello e si attiva ogni volta che siamo esposti a forti emozioni. La sua attività ci tiene “sull’attenti” e ci rende molto più ricettivi rispetto alle informazioni che potrebbero essere utili alla sopravvivenza. Inoltre, la sua capacità di comunicare con le strutture per la memoria è il motivo per cui tendiamo a ricordare meglio eventi che sono accompagnati da forti reazioni emotive. Ricordate per esempio dove vi trovavate e cosa stavate facendo l’11 settembre del 2001? Una forte emozione attiva l’amigdala che a sua volta lancia il segnale al resto del cervello d’immagazzinare il ricordo.

Dato quindi il momento di forte stress che tutti stiamo vivendo sembra plausibile che questo possa renderci inclini a prestare maggior attenzione a ciò che leggiamo riguardo il coronavirus, a ricordarlo meglio e con tutta probabilità a crederci un po’ di più.

L’amigdala (in rosso) è una struttura coinvolta in ogni tipo di reazione emotiva. Per quanto abbia dimensioni ridotte ha un fortissimo impatto su molti processi cognitivi tra cui memoria e attenzione

Credere nelle teorie del complotto è quindi favorito da un insieme di inganni percettivi ed emotivi, causati in parte dagli errori di meccanismi neuropsicologici che rendono gli umani una specie in grado di processare informazioni straordinariamente complesse.

Tuttavia occorre ricordare che il nostro pensiero e le nostre credenze influenzano le nostre azioni e possono avere conseguenze molto serie. Non crediamo al cambiamento climatico? Vuol dire che non ricicleremo, useremo poco la bici e molto l’auto. Cadiamo nel tranello delle teorie no-vax? Beh, probabilmente ci affideremo meno ai dottori e non vaccineremo i nostri figli. Rimane da non spaventarsi se in questa situazione i rodati meccanismi del nostro cervello inciampano e ci traggono in inganno.

Fortunatamente possiamo ridurre al minimo questa sfortunata evenienza: informiamoci attraverso fonti ufficiali, fidiamoci di chi ha dedicato la propria vita alla ricerca consultando solo informazioni provenienti da enti scientifici. In linea generale per mantenere intatto, oltre che al nostro benessere mentale, il nostro spirito critico ci potremmo semplicemente impegnare a ridurre le informazioni a cui ci esponiamo assicurandoci sempre che siano affidabili e di qualità.

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